Suonando rinverdisce il ramo del melograno che aspetta ottobre. Suonando si chiama la pioggia e l’oblio. Fossi grecale, vivrei nascosto nell’otre.
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Suonando rinverdisce il ramo del melograno che aspetta ottobre. Suonando si chiama la pioggia e l’oblio. Fossi grecale, vivrei nascosto nell’otre.
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Nevicata di petali candidi, una distesa di meli impazziti di fiori. Le api e i gatti al sole. Il pensiero che i morti, i morti innocenti, forse stanno in un paradiso così, fitto di meli fioriti.
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Sono piccolo come un filo d’erba. Sono fragile e odoro di terra. Sono stanco e feroce, sono un giunco. Una ferula secca sulla spiaggia. Sono uno scoglio appuntito.
Fuggi da me, mio mare. Posso insegnarti solo le ferite nei piedi scalzi. Solo a camminare la vita.
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Sento arrivare la primavera, dolcemente irruenta nel mio fisico e nella mia testa, padrona e immensa, prepotente sugli abeti ben potati, fina nell’aria, maestosa nel crepuscolo di ogni notte. Ricomincio a star male. Ribollirò anch’io, come tutti, ma come sempre sarò fuori posto e cattivo sulla schiena del ponte. Di notte.
Suona menzetta, suona e grida alle stelle. Noi siamo gente di mare e di zampogne, siamo migranti.
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Che le iene e gli avvoltoi non osino avvicinarsi.
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La più bella definizione per loro credo l’abbia data De Andrè:
quei che du luassu preferiscian l’
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Pensavo ieri comprando il kebab. Ha un che di amaramente comico il fatto che Israeliani e Palestinesi usino salutarsi augurandosi la pace. Ya as-salam halaykum, Falastin. Per davvero, finalmente.
Oggi è una di quelle giornate in cui guardo la vita alla finestra. Sarà il tempo, sarà il turbinio delle cose che mi succedono sommessamente, sento che non mi sto rendendo conto di qualcosa, sento che qualcosa mi sta sfuggendo di mano, e non capisco cosa. Ripenso a una giostra coi cavalli, tutta illuminata, davanti al caffè delle Giubbe Rosse, la gente frettolosa, i fidanzati con le borse piene di acquisti, i vecchi distratti, le biciclette. Montale ne avrebbe fatto di sicuro una poesia.
Raccolgo le sfide, mi butto, studio, creo, produco. Ma sono lontano da me stesso. Perchè, come dissi un po’ di tempo fa, mi sono perso e non mi sono più trovato. E tu che ne hai la colpa, chissà dove sei. Chissà a chi stai mentendo amando le tue menzogne. Chissà se ci pensi mai a quelle foglie ingiallite dall’autunno più doloroso che la mia anima ricordi.
Mi restano due occhi in cui annegare.
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Sono felice. Sissi ha visto la neve.
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Mi godo tranquillamente ogni goccia di quest’inferno che mi è stato gentilmente donato. Scopro di avere dentro di me delle voragini talmente grandi che se ci guardo dentro mi vengono le vertigini e mi gira la testa.
A chi ci crede, buon natale. A quelli come me, buonanotte.
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La piccola zampogna, sebbene un po’ rabberciata, suona umile e fedele. E sa scaldarmi il cuore come solo una persona in tutto il mondo riuscirebbe a fare.
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