Ci credereste che a qualche chilometro in linea d’aria da qui c’è Paul Simon che canta?
Ho bisogno di estraniarmi profondamente dal resto, ma per buffi tiri della sorte – e un po’ anche per pigrizia – finisce che non lo faccio. Mi ricordo quando con mio padre andavo sul molo nuovo a trovare un delfino (Flipper si chiamava, ovviamente) e stavamo per ore zitti a prenderci il grecale in faccia e scattare fotografie. Mi manca quella rustica insoddisfatta semplicità dei miei anni ruggenti e ingenui. Ora mi aggiro per l’orto, diventanto così piccolo e meschino (quant’era immenso, quanto?), a ripulire una per una le foglie degli alberi di fico devastate dalla cocciniglia. Niente fichi quest’anno, niente ricordi. Niente mare la mattina presto, niente tramonti tra le zolle fresche, niente notti tra gli scogli, niente partite a carte, niente nausea da solitudine. Solo uno strano, piatto senso di sazietà, che mi fa schifo quasi quanto il mio ventre rigonfio. Non sono capace di mettermi a dieta, sono dieci anni che ci provo. Morirò con questa anguria sotto il torace, pazienza. E come disse Flo, le cose belle al mondo sono sempre curve, mai dritte.
Se ci fosse Egeria mi farebbe ridere. Ma lei è lontana, e così i miei occhi di mare.
I cani dimagriscono e stanno allegri, non mi riconoscono. Sono nati quando ero via già da molto tempo. Quelli della mia generazione devono essere morti tutti. Non ho un cane che si avvicini alla mia mano per farsi accarezzare, ormai. Anche i cavalli mi guardano con sospetto. Sto diventando lentamente un estraneo qui, non vedo più la gente crescere. I negozi chiudono o cambiano di posto, i vecchi muoiono e i giovani ogni tanto pure. Pensavo di tornare a casa mia, ma di mio sono rimaste soltanto le lenzuola.
Quest’anno ho chiuso solo un flauto di canna, pessima stagionatura. Sarà per l’anno venturo, se ne coglierò di nuova. Ho riscoperto, però, l’amore per le dita sulla chitarra.
Ho riscoperto tanti amori in verità. Ma di molti sono geloso, e non ve li racconto, miei lettori che non so quanti siete e forse non siete più. Era meglio quando eravate cinque, forse. Ma io sono testardo come le mie capre, se fossi ragionevole non sarei ancora qui a scrivere in questo posto – come in un raro barlume di lucidità mi ero riproposto di fare – ma poi come faccio a dire alla Poetessa che le voglio bene? Come faccio a riempire queste notti?
Un’ultima cosa. Oggi una gazza ha indugiato a lungo sul mio davanzale. La finestra era aperta, e bravama entrare e giocare un po’ o rubacchiare qualcosa. Io l’ho guardata per un bel po’, sembrava tranquilla, poi è volata via. Come la mia tristezza.
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