Le sigarette in via Oberdan
Novembre 16, 2009
Certe sere mi ritorna una stanchezza usata, come dei primi anni in questo posto brumoso. Di nuovo mi trovo a costruire un ponte, un passaggio, a inventarmi un nuovo cammino. Di nuovo la solitudine si affaccia, e stavolta mi trova più vecchio e indurito e più capace di amare e discernere e meno di sognare. A che pro si cresce, se nulla si può preservare della follia? Perchè chi cresce deve perdere la sana insania dei bambini?
Costel, maledizione, dove sei finito?
Musica di strada
Settembre 28, 2009
Mi piace camminare nel silenzio profondo che annuncia ottobre. Da bambino era il tempo del buio e delle prime castagne.
Bologna offre autunni meravigliosi, colorati e onesti. E le giornate che s’accorciano si portano via ogni imbrunire un po’ di fatiche d’estate. Forse riuscirò a riposare, tra poco, tra i rami nudi dei platani e le foglie colore del tramonto.
Intanto, la menzetta canta.
Neve
Gennaio 7, 2009
Sono felice. Sissi ha visto la neve.
Il mio cuore è un albero
Dicembre 4, 2008
Percorro Corticella verso il Trebbo. Lungo le strade l’erba gelata e ancora nespoli in fiore.
Il freddo notturno miete i fiori bianchi a decine, in una festa continua di morte. E non posso non pensare che spesso i nostri sentimenti sono come questi fiori. Il cuore li partorisce senza posa impazzito d’amore o di bene, come i nespoli folli d’amore donano fiori assurdi all’inverno. Poi il gelo feroce della vita fa allegra strage del nostro amare.
Il mio cuore è un albero.
Doni
Novembre 29, 2008
Da qualche giorno mi capita di incrociare nei giardini dei nespoli in fiore. Inaspettati e inconsueti, come se il gelo li avesse stimolati a rivivere invece di dormire nell’inverno, che qui è lungo e umido.
Forse a Bologna, invece della neve, è toccata in sorte la coltre candida dei nespoli fioriti.
D’amore, di ricordi e di zampogne
Novembre 25, 2008
E nemmeno stavolta sembra voler nevicare. Vabbè, pazienza, tanto io sono uomo di mare e di vento salato, e la neve mi inzacchera solo gli scarponi. (Come disse la volpe, l’uva è acerba…)
Dopo due anni di attese, delusioni, disastri, tradimenti, speranze, sta arrivando a casa mia una bella zampogna a paru di ciliegio, che scalderà questo avvento di Natale un po’ triste (Nonno, ti voglio bene). A pensarci ora, è da un bel po’ di anni che Natale non mi scalda più. Quando ero più piccolo era diverso (frase scontatissima ma purtroppo vera); il fatto stesso che arrivasse la festa era una gioia, mi elettrizzava. Forse perchè il mio mondo finiva col cancello di casa mia ed era tutto ulivi, zolle nere profumate, abbaiare di cani, calore di casa a due passi. Ma bando ai sentimentalismi inutili, e cerchiamo di capire. Dov’è finito Natale? Natale forse se n’è andato, perchè Natale era un mondo finito e ben chiuso, e il suo posto l’ha preso la consapevolezza che intorno a me c’è tanto spazio, e in questo spazio c’è qualcuno o qualcosa che amo, a cui tengo, che cerco. E questo qualcuno e qualcosa sono sempre un po’ lontani. La lontananza è il sentimento che più mi assale, ormai da molto tempo. Il sentire le cose lontane. Sentire i ricordi lontani. Sentire la tranquillità lontana. Sentire le cose cambiare e allontanarsi, come Hubble c’insegnò. Solo che i miei ricordi non tendono al rosso, ma a un grigio venato di verde acqua e azzurro.
Lo so che ci sarebbe da prendermi quanto meno a calci nel sedere. Ma che volete farci, miei dolci lettori, il mio cuore in questi mesi è così. Sente la lontananza, e anche se si scalda con l’affetto (e l’immenso, immenso amore, vero Sissi?) di chi gli sta vicino, è sempre un pochino malinconico. Proprio come quand’ero bambino, che a detta di mia madre avevo gli occhi grandi e tristi. Però è un cuore che ama.
Che il canto della zampogna benedica anche voi e i vostri sogni.
P.S. Sissi, tu sei il centro da cui non ci si può allontanare. Tu non sei altro da me.
Semplicemente
Novembre 16, 2008
Potrei raccontare del mio amico musicante che ho rivisto in via Oberdan dopo tanto tanto tempo; potrei raccontare della nuova zampogna che a breve arriverà; potrei raccontare dell’inverno dolce che sta arrivando e m’invita a pensare. Ma non racconterò nulla di tutto questo. Ora è tempo di silenzio e di lunghi discorsi coi pensieri, al chiuso del cuore. Chi si è smarrito almeno una volta nella sua vita, mi capirà.
Benvenuta Giulia, in questo mondo che ha bisogno di sperare. Rallegratevi con me, miei amici che sento vicini.
Perchè piangi?
Novembre 13, 2008
Va bene, ricomincio a scrivere, e pazienza se non legge nessuno. Leggerà l’altra metà di me, e i miei scrupoli.
Ho passato la notte con gli occhi sbarrati ad ascoltare la pioggia fitta fitta. Già ieri sera, tornando a casa, sono rimasto incantato a guardarla stillare tra i rami dell’abete. Pioveva e piove ancora, come un pianto lungo e sommesso, a tratti più disperato, poi tranquillo e rassegnato. Io vegliavo e cercavo di consolare il cielo come un bimbo. Perchè piangi? Perchè non stai tranquillo? Non piangere più, vieni sotto la coperta e riposa vicino a me. Riposati anche tu, insegnami il sonno, facciamo un sogno tenendoci per mano. Sentivo un profumo, e il battito di un petto rassicurante. Sentivo la mancanza accanto a me. Era freddo.
Allora mi sono disteso sulla schiena, ho chiuso gli occhi, e mi ha preso il pensiero del mare.
Lascia pure che piova. La bicicletta è contro il muro, e si bagna. Quando pioveva era bello perché tutto diventava improvvisamente caldo ed enorme. Faceva buio presto ed ero felice della penombra. Ora non fa buio presto, io abbasso le serrande ma il sole mi uccide. Fossi una pianta sarei già morto da tempo.
Quello del quinto piano aveva una nonna dal sorriso agghiacciante. Io non capivo mai cosa volesse dirmi, la nonna intendo, sorrideva e mi porgeva i cioccolatini ma era un ghigno scuro, una cornice rossastra umida a una chiostra di denti ingialliti con voragini nere in cui mi sembrava di vedere la porta dell’inferno. E poi la mia, di nonna, diceva che lei era strana, era isterica, e non si levava mai quello scialle azzurro coi bordi viola e rossi (mia madre ne aveva uno uguale, lo usava per tenermi caldo mentre mi allattava, perché io sono nato di ottobre, e la prima faccia del mondo che ho visto è stata l’inverno e la pioggia), e insomma non mi fidavo, non m’ispirava. Non era certo come la signora del terzo piano (che poi mi facevano paura un po’ tutte, tranne quella del secondo piano, giusto sopra di noi, che era piccola e parlava albanese e aveva una casa sporca e puzzolente però sorrideva per davvero, lei); ogni tanto ci andavo dopo aver imparato a memoria le parole della nonna, le ripetevo lungo le scale, suonavo il campanello, e lei sapeva tutto e rideva dolcemente e io le volevo bene. Era così, pomeriggi di novembre che erano notti, e notti di novembre che erano pomeriggi estivi sotto le coperte di lana grossa.
Tutto c’era già in quel periodo. La rassegnazione, l’orgoglio sordo, le lacrime, l’ingenuità; tutto accuratamente racchiuso nel guscio di noce. Il senso del comico l’ho scoperto tardi, ma all’epoca già lo praticavo spontaneamente, direi; la sensazione di totale, profonda, involontaria e ineluttabile comicità che deriva dalla disperazione inutile, la sensazione di avere sempre una immane risata (il ponte di san Donato) che t’insegue dietro le spalle, ce l’avevo già a quell’epoca. Se mi sono fatto giullare, non è per inseguire una vocazione, ma per assumere ufficialmente un dato di fatto. Io faccio ridere da sempre. Sempre e comunque ridere.
Ora che lo sapete, non starò a sforzarmi più di tanto. Voi riderete sempre e comunque; io sarò sempre comico. C’è chi nasce puparo e chi nasce burattino. Se hai i fili attaccati alle braccia, è inutile pensarti felice o poeta, sarai sempre Orlando e morirai sempre in qualche battaglia di Roncisvalle. Orlando, Orlando, preparati lo tambuto… Sottile ironia: ogni giorno mi si dice che sto per morire, ogni volta mi tocca morire e sopravvivere, da tanti anni sono già morto. É vivo un burattino? Di sicuro non muore mai, ogni volta è una pia illusione. Sempre con lo stesso ebete sorriso stampato nel viso. Certo c’è chi è più sfortunato di me; dico, pensate al povero Moro, con la faccia dipinta di marrone cioccolata e quella specie di espressione satanica dipinta a pennarello, coi baffi arricciati e gli occhi spavaldi… Sempre costretto a fare il cattivo, il nemico, il perdente. E giù a ridere, mai una volta che qualcuno pianga. Non vi nascondo che sarebbe il mio sogno. Si, dico, uno spettacolo di burattini dove alla fine tutti piangono disperati, il giullare che fa piangere, il terrore tra gli spettatori, il Moro che una volta tanto fa la figura di quello buono… E quella maledetta odiosissima Angelica presa a calci da Medoro. E soprattutto io che rido, ma rido di gusto, non per fare ridere voi. Giusto una volta.
Beatrice i burattini li fa ballare all’angolo della piazza, mentre suona la fisarmonica. Sono due, uno che somiglia al Moro ma non è lui, e la sua compagna triste, fedelissima, che non lo abbandona mai. Si guardano sempre negli occhi, quello che sembra il Moro e la donna, ballano insieme le polke e i valzer e i saltarelli che suona Beatrice. E ancora oggi c’è chi si ferma e s’incanta.
Sette anni fa
Ottobre 6, 2008
Giusto per capire quant’è cambiato il mio modo di vedere le cose da quando arrivai qui ad oggi. Ecco un foglio spuntato fuori dal fondo di un cassetto. Chiedo scusa per la banalità.
Si dovrebbe ricominciare da capo ogni volta, fermarsi dopo poche righe, cancellare tutto e riscrivere, o forse rinunciare, lasciare la macchina da scrivere – poesia di metallo arrugginito screpolato di verde, quante notti, quante bestemmie insieme? E ora si rivela spaventosamente inutile e grottesca – ma non si può, è un mestiere duro e maledetto a volte. Senza orari, senza altre scadenze che i due libri all’anno promessi ad un uomo che la penna in mano in vita sua non l’ha mai tenuta nemmeno a scuola, uno che i tasti della macchina da scrivere non li ha mai contati per farsi venire l’ispirazione, e se cerchi di spiegarglielo, la faccenda dell’ispirazione intendo, si mette a ridere e tira fuori una banconota. E quella sera, quella notte anzi, affidavo alle poeticissime pagine del taccuino i pensieri dell’alcool (ballavano sui tavoli, un frastuono impressionante al piano di sotto) e sotto le mie dita nascevano sublimi versi, poesie che trascendevano ogni letteratura e corrente stilistica, e tutto contento ordinavo un altro rum di otto anni con ghiaccio; salvo poi, la mattina dopo, sfogare il mal di testa sul suddetto taccuino, cancellando velocemente le scritte a matita non senza farmi una profonda risata ad ogni pagina. L’alcool, l’ho capito presto, non è un buon veicolo d’ispirazione.
Quello che vorrei farti capire, cara la mia compagna di sogni, è che scrivere non è un mestiere. Dico, guardami ora: sono ginocchioni sul letto con la macchina da scrivere verdognola davanti a me, batto distrattamente i tasti ascoltando la radiocronaca di una partita di calcio, e dal comodino mi contempla un mezzo mango con la buccia. Hai mai assaggiato il mango, tesoro mio? Ha un profumo stupendo, complesso, sottile; non è molto intenso, ma ti conquista l’olfatto e poi via via tutti i sensi, finchè ti ritrovi a masticare con gli occhi chiusi ascoltando la melodia delle tue mandibole, e ti scordi del caldo e dei debiti e di quell’uomo grassoccio con la camicia azzurra da impiegato di banca, le chiazze di sudore sotto le ascelle e un diadema di goccioline a segnare il confine tra la fronte e l’incipiente calvizie. Tu aspetti pazientemente i miei racconti, io, pigro, scrivo pochissimo, e penso ancora meno; perdonami, sarò anche l’uomo della tua vita ma come scrittore valgo davvero poco.
Quella sera, quella notte forse (che differenza c’è? Che vuoi che ne sappia io di quando è sera e quando è notte, chiuso da giorni nella mia scatoletta di cemento armato col tetto di legno a respirare vapore acqueo a temperature equatoriali?) non riuscivo a capire quale fosse il colore esatto dei tavoli e delle pareti di quel posto. Lo so che per te sono dettagli insignificanti, ma quando sei in quelle condizioni e cerchi di allontanare te stesso dall’insopportabile rumore che il barista cubano vuole farti passare per musica del suo paese – ma che ne sa quell’incompetente? L’ha mai sentito Tito Puente, lui che sopravvive devastando il fegato altrui con mostruosi intrugli dagli improbabili colori con l’ombrellino e la fetta d’ananas? -, quando, dicevo, cerchi di capire come hanno fatto a trascinarti in quel postaccio mentre li guardi scatenarsi sui tavoli come santoni di candomblè convertiti alla musica commerciale, ti appigli alle cose più minute, se non altro fai esercizio di sequenze descrittive cercando di contare i buchi dei tarli lungo la balaustra, sorvegliando con la coda dell’occhio il rum di otto anni con ghiaccio momentaneamente parcheggiato sul bancone.
Forse non c’entra nulla, forse davvero non ha più senso quello che sto scrivendo; perdonami, angelo mio, ma provo un piacere fisico nel battere i tasti della mia metallica e verdognola amica paragonabile solo all’estasi che mi causa il profumo del mango. Vorrei essere a qualche chilometro da qui, sul tuo balcone, a guardare gli alberi e quel poco di cielo che i palazzi non hanno ancora coperto; vorrei inventare per te una storia di mare, di caldo, d’estate, portarti con le parole su una spiaggia lontana, dipingere personaggi colorati e allegri, suonatori di chitarra e di fisarmonica, danzatori e cantanti di choros e bossa-nova. Ma non so farlo, forse davvero ho sbagliato strada.
E’ notte per davvero; sono stato un po’ a passeggio lungo la via rumorosa e strana che ti ho fatto conoscere qualche tempo fa, c’era la solita gente, i soliti rumori, Guido che proietta improbabili cortometraggi artigianali sopra un lenzuolo stravaccato tra due sedie; ho comprato un libro di poesie con una moneta, lui non vende certo per vivere. Ora me ne sto accucciato in posizione fetale sul mio tappeto da meditazione, mentre il tè bollicchia e riempie la casa di aroma di cannella, e Marta Argerich lucida con le sue mani incantate un vellutato preludio di Chopin. Comunque, Glenn Gould è un’altra cosa. Ti piace Chopin, tesoro mio? A me non tanto, però ha scritto così tanta roba che è praticamente impossibile non ascoltarlo, dovresti chiudere per sempre con la categoria dei pianisti per cancellare Chopin dalla tua vita. Ma poi, come farei senza Ravel? No, non si può; pazienza, passi pure Chopin. Tanto, se ci sei tu (e ora sei lontana) sopporto anche le quadriglie di Strauss, magari dirette da quello gnomo che sai.
Sono, come si dice tra scrittori chic, in crisi creativa. Quel mostro che mi paga le pagine che scrivo, quell’archetipo dell’obesità e della sudorazione eccessiva, vuole il romanzo per fine mese, e io non so proprio con che diamine riempire i fogli; si facesse una doccia ogni tanto, andrei a parlargli, almeno risparmierei sulle telefonate. Ma lui no, dice che scrivere è un mestiere, che io non ho volontà, che lui paga giovani meno preparati di me capaci di sfornargli un libro di racconti in quattro mesi… Lo odio, dolcezza mia, lo odio; se non fosse così faticoso e seccante ucciderlo, l’avrei fatto da un pezzo. Scusami lo sfogo, ma almeno mi sento meno inutile. E non arrabbiarti se lo dico. Sono stanco. Ora vado a rompere le scatole a Guido, tanto fino alle tre sta aperto. Stasera tocca a lui consolarmi.
Ho conosciuto Bamba. E’ un ragazzone senegalese magro e ossuto, nero e burroso come la cioccolata fondente; ieri ha portato una scodella di riso, abbiamo mangiato con i cucchiai di plastica guardando un film cecoslovacco degli anni venti (ma dove diamine li trova Guido? Non ho il coraggio di chiederglielo, è molto suscettibile). Serata stranamente umida, dolcezza mia, solita gente solite chiacchiere solito fumo di sigarette, vecchi numeri di Tex Willer e un acquazzone improvviso. Ti parlavo del fumo dei sigari, ricordi? O i tuoi occhietti sonnacchiosi già si chiudevano pesanti sulle ultime parole del mio racconto? Dai, scherzavo. Non essere permalosa.
Guarda un po’, sono sei ore forse che mi gratto la pancia come uno scimpanzè costringendo la mia cara macchina da scrivere a guardare il ripugnante spettacolo del mio corpo in mutande, e cosa sono riuscito a tirare fuori? Nulla. Il mio datore di lavoro (lavoro?) sarebbe furioso. E poi, da stamattina lui è in ferie. Dice che va al mare… Ma ti rendi conto? Centodieci chili di offese all’armonia del creato che si squagliano sotto il sole della riviera romagnola, ruttando improbabili colazioni a base di succo di pompelmo biologico (mi ha detto che andava in uno di quegli albergoni di lusso con annesso centro massaggi ed estetista, dove in quindici giorni ti trasformano in un divo di Hollywood facendoti pagare anche l’aria che respiri), e aggiustandosi il costumino ascellare a fantasia hawaiana… Dimmelo tu, perché esiste quell’uomo? Voglio un Bacardi.
Comunque, ti dicevo di ieri. Ho pensato tante cose, non sapevo davvero che fare dopo il film; nessuno aveva voglia di parlare, o meglio tutti parlavano già, ma non con me (potenza della prostituzione per hobby) e così ho preso ad andare a zonzo per la via umida e profumata di pioggia (adoro quella sensazione di fresco e di lontananza, da bambino mi metteva una dolce paura e correvo in casa davanti al fuoco) accendendo un sigaro dopo l’altro e guardando le facce dei passanti. Ci sarebbe di che scriverci un romanzo. Ma non lo farò mai, o almeno non lo farò fintanto che avrò a che fare con quel mostro che ora inquina il paesaggio di qualche spiaggia romagnola; lui vuole romanzi giovani, freschi e di facile presa, roba che leggono tutti insomma… E un romanzo sulla mia via, su quel tratto di marciapiede che nelle notti estive diventa la mia casa, chi lo leggerebbe a parte me? Chi capirebbe la poesia dei libri sparpagliati sul tavolo di Guido, delle improbabili opere d’arte di Miriam, degli occhi di Nebbia, dei temporali, delle birre, delle persiane aperte fino alle tre? Chi lo capirebbe, tesoro mio? Chi riuscirebbe a sentire che in quei cinquecento metri di asfalto e cemento c’è la vita, la vita vera, c’è un cuore immenso che pulsa e canta e ride in culo al mondo? Chi, se non c’è mai passato?