Omaggio a una Principessa
Settembre 14, 2008
E fu così che il triste e dolorante Musicante musicò. Willy ha preso forma nella fantasia dei bambini e dei meno bambini. E Musicante per una mezzora è stato così felice che si sentiva bimbo anche lui.
Grazie Principessa con la maschera di fauno; grazie per aver fugato tante ataviche tristezze. Potenza della tua passione e del teatro.
Di crivi e di crivari
Maggio 18, 2008
Il tamburo ha portato consiglio.
Pensa che ti ripensa, forse ci sono arrivato. Ho deciso che in fondo in fondo ho fatto bene. E forse neanche così in fondo. I fatti piano piano mi danno ragione. Certo, ragione e sentimento sono due cose distinte e separate (per fortuna), certo, se la ragione è uno sgabello solido su cui posare il deretano e finalmente riposare la schiena, il sentimento è una scala alta cinque metri su cui mi tocca stare in piedi, proprio sull’ultimo gradino, godendomi fino all’ultima goccia le mie patologiche vertigini. Certo, dal momento che non sono cattolico e non pratico la santità, non è che riesca proprio intimamente a gioire del fatto che qualcuno (un bel po’, penso) mi odi ferocemente, mi detesti cordialmente o mi disprezzi astiosamente; però tutto sommato si sta in piedi (vi prego, non sulla scala), e un po’ di polenta col ragù in certi momenti può valere molto, molto più di un essere umano. Non elargirò perle di saggezza come “La stupidità umana è senza confini”, “Nessuno è perfetto”, “La vita è fatta anche di queste cose”, perchè ne riconosco il misero valore intrinseco; ciò che vale sono i viaggi in treno e i pensieri che portano con sè vicino ai finestrini. Ciò che conta è stringere un tamburo e suonarlo. Ciò che conta è essere il cerchio del tamburo, il crivo che separa il grano dalla pula, e sapere che la trebbiatura dura tutta la vita. Grazie Lamberto, perchè queste cose le hai scritte nella corteccia di un albero invecchiato.
Ora ho capito. E’ stata un’illuminazione (Egeria aveva ragione anche stavolta: devo decidermi a convertirmi al buddhismo mahayana), non voglio abbandonarla più: m’interessa solo di sbattere le mani su una pelle tesa. Il resto, rimandatelo al cuoco.
P.S. Per la prima volta in vita mia ho suonato un bis. Poetessa, questa te la devo.
Memento mori
Aprile 24, 2008
Di musicare si musicò, ottimamente e abbondantemente. Ci furono canti, danze, buon vino frizzante, cibo di festa e cose belle da guardare e da sentire. La strada viva pulsava e profumava, tutto sapeva di essenza di lavanda e di quotidianità perlacea.
Sibilanti si annidavano le ombre tra i raggi della bicicletta.
World music nella Bassa
Marzo 30, 2008
Mi sono proprio divertito. Ma tanto tanto proprio. Che non si voleva smettere di suonare. Vabbè, l’asse portante del tutto era la poesia, ed era poesia bellissima, densa, profumata, cioccolatosa e croccante; c’era gente con una voglia innata di sorridere di poco (sono così i poeti, miei cinque distratti lettori) e forse la cosa che più ho amato di ieri sera è stata il godermi i loro visi sinceramente felici, le chiacchiere oscillanti e chiaroscure come sotto l’ombrellone al mare, la profondità delle parole che dolcemente si fondeva alla leggerezza della gioia. E poi tanta, tanta musica, che non si capiva bene cosa fosse, se standard jazz, persiana, araba, siciliana, brasiliana, d’autore, anonima, leggera, pesante, impegnata, disimpegnata, casual, elegante, pret-a-porter. Mancava un po’ di liscio ma la clarinettista era in sciopero.
Insomma grazie, piccola famigliola intrisa di serenità. I tulipani parlano di voi.
Il Moro e la Gitana
Febbraio 27, 2008
Se amate come me andare a zonzo per Bologna il sabato mattina, fate una capatina in piazza Maggiore, sotto il portico di palazzo d’Accursio, o all’angolo di via d’Azeglio: ci troverete sicuramente una coppia di pittoreschi ballerini e un folletto dai capelli rossi e dagli occhi di giada che suona la fisarmonica per loro.
Lui è un moro, forse un turco o forse uno slavo, è tarchiato e nerboruto, e ha due baffoni neri come quelli di mio nonno; veste sempre con una camicia di panno grigio e un lungo mantello rosso amaranto, che gli copre i calzoni color carminio con gli sbuffi. In testa porta sempre un colbacco viola, e ha l’espressione severa e corrucciata anche quando balla il saltarello. Lei è slanciata, un po’ vezzosa, porta un’ampia veste di velluto e una cuffia sui capelli corvini; lunghe trecce nere le scendono sulle spalle, e in una mano stringe un fazzoletto di merletto, anch’esso nero. Ballano insieme, il Moro e la Gitana, un valzer francese, poi una polca, poi la tarantella di Napoli e il salterello e la forlana; ballano e si guardano negli occhi, sorridono, s’inseguono, si sfidano, battono il tempo con le scarpe nere e si tengono sempre per mano.
E alla fine di ogni danza, tanti bimbi festosi riempiono di monetine un cappello scuro. Il folletto dagli occhi di giada si tramuta in una donna bellissima e sorridente, che ringrazia uno a uno tutti i bambini, e fa inchinare i suoi burattini prima di riprendere le danze.
Novena di Natale
Dicembre 21, 2007
Dopo essermi riempito gli occhi e il cuore dei visi stupiti di una ventina di dolcissimi nanerottoli (potenza di una zampogna…), dopo aver chiuso lo zaino, il gas, l’acqua, le tapparelle, si parte. Non che ne abbia poi tantissima voglia in fondo (ma a ben pensarci, dov’è che sto bene in questo periodo?), però, insomma, a casa per Natale ci si torna con amore. Casa è bella, sa di cose buone, ed è tiepida e ci sono i biscotti. E così Musicante mette una menzetta nel portabagagli e si avvia verso il Sud.
Magari da lì riesco a scrivere qualcosa, chissà. O magari me ne starò tutto il tempo a guardare il fuoco. O magari boh. Per ora, amici miei, ricordatevi che vi voglio bene.
Buon Natale e buon Anno. A tutti tutti.
Senz’essere chiamati simu venuti
alli patruni e via li bon truvati.
‘U de vrigogna si cantamu ‘a strina,
‘a strina l’ha lassata lu Segnure.
A strina porta pace ad ogni rasa
trasissi la furtuna dintra sta casa.
‘A strina porta sempre luce granne
trasissi la furtuna ’e tutte ’e banne.
Chi Diu ve manni tanti boni anni
quantu allu munnu se spannanu panni.
Chi Diu ve manni tanti boni misi
quantu allu munnu cc’è sordi e surrisi.
Chi Diu ve manni tanti boni jurni
quantu allu munnu cc’è porte e cunturni.
Chi Diu ve manni tante bone sire
quantu allu munnu cc’ ardanu cannile.
Chi Diu ve manni tanti boni mumenti
quantu allu munnu cc’è vacche e jumenti.
Chi Diu ve manni tante bone feste
quantu allu munnu cc’è porte e finestre.
Cenne de la Chitarra
Dicembre 11, 2007
Colonna sonora di oggi, le suites per violoncello di Bach nelle incisioni di Anner Bylsma e Mario Brunello, barocchissima ed elegante la prima, più manierata ma divertente la seconda. Lavorare da casa un po’ mi snerva, mi fa sentire pigro anche se inizio presto, e poi ho ancora la bocca impastata; ma almeno posso farmi fuori tutta la musica che mi va, ed è un bel pregio.
Stanotte ho dormito senza accorgermene con un libro di Patrizia Cavalli sul petto, e ho sognato una giornata dell’ultima estate, quando stavo seduto intorno a un tavolo di plastica con gli altri membri della compagnia di musicanti di cui indegnamente faccio parte; si discuteva animatamente di tante cose, il tempo minacciava un po’, c’era un vino mediocre. Finchè uno si alza, e inveisce nel dialetto dei padri: insomma basta, basta litigare e discutere, noi siamo musicanti, e il nostro mestiere è portare l’allegria alla gente… Andiamo e suoniamo anche se siamo arrabbiati, perchè la gente vuole la musica. E così fu, e la gente ballò e fu felice, e noi anche. Felici e tristi.
Perchè questo è il paradosso dei musicanti e dei giullari. Far sorridere chi sta intorno anche quando si ha dentro tanto pianto da lasciare scaturire come una fiumara a novembre, conoscere i trucchi per strappare un applauso e una risata sincera al pubblico e usarli come un medicinale per non soffocare. Del resto, per combattere la tristezza efficacemente bisogna conoscerla bene; per questo ogni giullare è un uomo che piange di nascosto. Ciò sia detto a onore di Cenne e di Cieli.
Di decembre vi pongo in un pantano
con fango, ghiaccia et ancor panni pochi,
per vostro cibo fermo fave e mochi,
per oste abbiate un troio maremmano;
un cuoco brutto secco tristo e vano
ve dia colli guascotti e quigli pochi,
e qual tra voi à lumi dadi o rochi
tenuto sia come tra savii un vano.
Panni rotti vi do e debrilati;
appresso questo, ogni omo encappegli
botti de vin da montanar fallati,
e chi ve mira sì se meravegli
vedendovi sì brutti e rabuffati,
tornando in Siena così bei fancegli.
E cantava le canzoni
Dicembre 8, 2007
Ieri sera sono stato con il Dottorcarlo ad un concerto della cover band ufficiale di Rino Gaetano. Sono tornato a casa pieno di pensieri contrastanti.
Rino è nato a cinque mesi e cinquecento metri di distanza da mio padre. La semplicissima casa in cui è venuto al mondo, affacciata sul lungomare di Crotone nel quartiere dei pescatori, oggi è diventata un ristorante; migliaia di giovani crotonesi ci passeggiano davanti il sabato sera, e forse molti di loro non sanno che lì dentro è nato Rino, proprio lui. Del resto, noi crotonesi abbiamo sempre avuto un rapporto difficile con la sua musica e il suo personaggio: da vivo, Rino ha raccolto in patria quasi solo incomprensioni, invidie e attacchi meschini, è stato accusato di essere un rinnegato, di non amare abbastanza la sua terra natale, di essere addirittura fiero di essere cresciuto a Roma, lontano dal profondo sud. Fino a poco tempo fa su un muro alla periferia di Crotone campeggiava ancora la scritta promozionale di un suo concerto, RINO GAETANO 12 AGOSTO, io la vedevo tutte le mattine andando a scuola in macchina; ma Rino più di una volta nei suoi concerti crotonesi non riuscì nemmeno a cantare. Adesso, sfacciatamente, Crotone si è riappropriata della memoria del suo figlio reietto, utilizzandola come un irritante spot pubblicitario: noi siamo la città di Rino, noi siamo la gente di Rino, i nostri giovani amano Rino. Nessuno dei miei vivaci cinquantenni sembra ricordare i tempi in cui si andava allo stadio per urlargli contro improperi e impedirgli di cantare.
Ieri sera sono stato felice, di una felicità che ha radici nella mia adolescenza; gli occhi belli di Rino riescono a soggiogare con la loro sincerità ancora oggi, anche se sopravvivono solo sui maxischermi. I giovani amano la sua musica, cantano le sue canzoni dalla prima all’ultima, dall’inizio alla fine; e le sue parole sembrano scritte ieri. Ma ieri sera avrei voluto accanto a me mio padre, per vederlo cantare insieme a me, e per dirgli vedi papà, vedi quanto lo amano anche qui?
Al di là della musica, al di là delle canzoni, al di là della gente, ieri sera per me s’è fatto un bel po’ di allegro casino anche da qualche parte in Paradiso.
Ad esempio a me piace la strada/Col verde bruciato, magari sul tardi/Macchie più scure, senza rugiada/Coi fichi d’india e le spine dei cardi.
E grazie mille Dottorcarlo amico mio.