Musica di strada

Settembre 28, 2009

Mi piace camminare nel silenzio profondo che annuncia ottobre. Da bambino era il tempo del buio e delle prime castagne.
Bologna offre autunni meravigliosi, colorati e onesti. E le giornate che s’accorciano si portano via ogni imbrunire un po’ di fatiche d’estate. Forse riuscirò a riposare, tra poco, tra i rami nudi dei platani e le foglie colore del tramonto.

Intanto, la menzetta canta.

Primizie

Febbraio 22, 2009

Sento arrivare la primavera, dolcemente irruenta nel mio fisico e nella mia testa, padrona e immensa, prepotente sugli abeti ben potati, fina nell’aria, maestosa nel crepuscolo di ogni notte.  Ricomincio a star male. Ribollirò anch’io, come tutti, ma come sempre sarò fuori posto e cattivo sulla schiena del ponte. Di notte.

Suona menzetta, suona e grida alle stelle. Noi siamo gente di mare e di zampogne, siamo migranti.

Convergenze nel petto

Dicembre 14, 2008

La piccola zampogna, sebbene un po’ rabberciata, suona umile e fedele. E sa scaldarmi il cuore come solo una persona in tutto il mondo riuscirebbe a fare.

Tra una tristezza e l’altra

Settembre 29, 2008

Vado convincendomi che per essere felici sia necessario prendere coscienza della transitorietà. E soprattutto bisogna partire dalla concretezza, e da essa astrarre i princìpi, e mai tentare di riconoscere nella materialità contingente il riflesso esatto di un archetipo mentale o spirituale.

Così, oggi ho capito che i difettucci del maestoso oud che Ali Khalifa costruì a Damasco una trentina di anni fa, e che per un gioco del destino oggi dimora in casa mia e collabora con me, sono transeunti e minuscoli: ciò che torreggia immensa è la profondità del suono, la magistrale ricchezza dei bassi, la nitidezza dei cantini che sembrano voce umana.

E poi in fondo ogni strumento musicale è un miracolo. Non è necessario un dio per dare l’anima alle cose, a volte basta un bravo liutaio.

Di crivi e di crivari

Maggio 18, 2008

Il tamburo ha portato consiglio.

Pensa che ti ripensa, forse ci sono arrivato. Ho deciso che in fondo in fondo ho fatto bene. E forse neanche così in fondo. I fatti piano piano mi danno ragione. Certo, ragione e sentimento sono due cose distinte e separate (per fortuna), certo, se la ragione è uno sgabello solido su cui posare il deretano e finalmente riposare la schiena, il sentimento è una scala alta cinque metri su cui mi tocca stare in piedi, proprio sull’ultimo gradino, godendomi fino all’ultima goccia le mie patologiche vertigini. Certo, dal momento che non sono cattolico e non pratico la santità, non è che riesca proprio intimamente a gioire del fatto che qualcuno (un bel po’, penso) mi odi ferocemente, mi detesti cordialmente o mi disprezzi astiosamente; però tutto sommato si sta in piedi (vi prego, non sulla scala), e un po’ di polenta col ragù in certi momenti può valere molto, molto più di un essere umano. Non elargirò perle di saggezza come “La stupidità umana è senza confini”, “Nessuno è perfetto”, “La vita è fatta anche di queste cose”, perchè ne riconosco il misero valore intrinseco; ciò che vale sono i viaggi in treno e i pensieri che portano con sè vicino ai finestrini. Ciò che conta è stringere un tamburo e suonarlo. Ciò che conta è essere il cerchio del tamburo, il crivo che separa il grano dalla pula, e sapere che la trebbiatura dura tutta la vita. Grazie Lamberto, perchè queste cose le hai scritte nella corteccia di un albero invecchiato.

Ora ho capito. E’ stata un’illuminazione (Egeria aveva ragione anche stavolta: devo decidermi a convertirmi al buddhismo mahayana), non voglio abbandonarla più: m’interessa solo di sbattere le mani su una pelle tesa. Il resto, rimandatelo al cuoco.

P.S. Per la prima volta in vita mia ho suonato un bis. Poetessa, questa te la devo.

M’innamorai come i ragazzini davanti alle biciclette nuove tutte cromate (erano altri tempi, i nostri). E c’incontrammo in maniera romantica (si perchè nella mia esistenza il romanticismo ha sempre avuto più a che fare con gli strumenti musicali e i libri che con le persone. Uffa), in una via Petroni sordida e piovigginosa. Forse era marzo, o forse già aprile, sei anni fa. Lui se ne stava appeso nella vetrina di un negozietto stipato di stoffe, gioielli d’argento brunito e improbabili incensi. Entrai.

- Quanto costa l’ud?

- Cosa?

- Il coso lì appeso, l’ud.

- Ah… Beh io non me ne intendo… Me l’ha portato una mia amica da un viaggio a Istanbul… Diciamo tre e cinquanta, va.

- Trecento contanti tra mezz’ora?

- Ci sto, ragazzo.

Mai camminato così veloce in vita mia. Davanti alla prospettiva di mangiare riso bollito per un mese c’incastrai l’idea di stringere tra le mani ciò che per anni avevo solo sognato.

- Ecco, trecento. Sono tutti.

- Tieni ragazzo, prenditi il tuo bimbo e buona fortuna… Finalmente ho un po’ di spazio in vetrina.

Era nato a Istanbul, e lo battezzai Mustafa, in onore di Kemal e perchè mi andava così. Sono sei anni che mi accompagna fedele, e se li porta proprio bene. Io voglio tanto bene al mio ud.

E qualche mese dopo, ancora più romanticamente, m’imbattei nella persona che divenne uno dei miei amici più cari, e che dell’ud e del suo mondo mi mostrò i misteri. Ma questa è unl’altra storia.

Etnomusicologia suina

Dicembre 29, 2007

La cosa strana è quando le cose di cui siamo fatti ci inseguono e ci avvolgono come una sciarpa al collo ovunque andiamo, anche quando pensiamo di essere all’altro capo del mondo, in tutt’altre faccende affaccendati. Ma tant’è, io sono un ingenuo e mi stupisco sempre come un bimbo, e non imparerò mai abbastanza la mia natura, forse.

Quindi oggi ero in montagna, a casa di amici di famiglia, nel pieno di una festa arcaica e allegra, sanguinaria e dagli odori forti, piena di emozioni schiette e di momenti di fortissima partecipazione emotiva(insomma, si uccideva il maiale). Durante le mille cose da fare, nel pieno delle mansioni che mi erano state assegnate, vado in legnaia a cercare combustibile per il fuoco. E lì l’occhio del musicante ha avuto un guizzo. Tra le schegge di legno spuntava una forma familiare… Dimentico del rito pagano che si consumava a pochi metri di distanza, inizio a rovistare scientificamente tra il legname; dopo venti minuti avevo messo insieme otre, ceppo, chanter e un bordone di una bellissima zampogna di fine ottocento. Con addirittura due ance ancora perfettamente in forma. Un miracolo. O se preferite una botta di fortuna.

Immediatamente il musicante che è in me è partito all’attacco. Identificato il patriarca della famiglia, inizio a interrogarlo serratamente sulle tradizioni musicali dei suoi antenati; e scopro che il simpatico vecchietto in questione è l’ultimo erede di una famiglia di costruttori e suonatori di un rarissimo modello di zampogna, una variante della stifetta mesorachese (a sua volta classificabile nella grande famiglia delle surduline), ma con alcune particolari variazioni nella foratura che ne facevano un tipo ibrido e interessantissimo. Gli strappo la promessa di farmi avere uno strumento che aveva in casa, insuonato da anni.

Sono tornato a casa con la pancia piena, il cuore felice e la mente scalpitante. Una giornata assolutamente storica. Del resto, dal maiale non possono che derivare cose belle sante e virtuose.

Arti marziali sul Bosforo

Dicembre 18, 2007

Oggi una Erinni è venuta vicino e mi ha sussurrato dolcemente “Orsù Musicante, che ne dici di scendere qualche altro gradino? Oggi non c’è nemmeno il sole…”

Io ho imbracciato Mustafa, il mio amato ud costantinopolitano, e l’ho mandata via a sganassate di punta e di taglio.

Di ritorno

Dicembre 15, 2007

Oggi ho fatto una gitarella nel Monferrato a caccia di zampogne, come preannunciavo qualche giorno fa. Ho ancora gli occhi pieni delle meravigliose colline di Ovada e Sezzadio, le vigne che si rincorrono, la neve fresca che pennella qui e là le distese di grano che dorme. E poi la gente silenziosa, dai visi bellissimi.

Rivedere un vecchio amico scalda come nessun fuoco. Specie se fa il liutaio e vive in una casetta abbarbicata su una collina, tiepida e profumata di legno. Un bicchiere di dolcetto, tante chiacchiere nel nostro dialetto spigoloso, poi la zampogna. E un arrivederci profumato di dolcetti di Natale.

Mentre ripartivo avevo due pensieri. Uno era rivolto a un vecchio maestro dalla salute sempre più malferma; l’altro era una specie di ninnananna in minore, che mi cantavano le Erinni girandomi intorno alla testa. Invano ho cercato di scacciarle brandendo il presente.

La menzetta di Mastro Peppe

Dicembre 10, 2007

Giornata trascorsa prendendo a calci la febbre (ma tanto sta vincendo sempre lei) e sopportando in qualche modo il freddo e il malessere per fare le cose che comunque vanno fatte. Stare a letto è un cilicio, perchè non riesco a dormire e mi fanno male le ossa; la testa mi pesa e ho la bocca impastata da ieri sera. Insomma, tutto bene.

La buona notizia arriva verso mezzogiorno. Una telefonata dal Monferrato mi avverte che la menzetta di Mastro Peppe è pronta per me, posso andare a prenderla. Prevedesi un Natale zampognaro in casa Musicante.

La menzetta è la regina delle zampogne calabresi. Strumento di taglia medio-grande, ha cinque canne (due melodiche e tre di bordone) che montano ance doppie. L’otre molto grande e l’ampio canneggio conico consentono un timbro maestoso, e un grande volume di suono; solitamente usata in coppia con la ciaramella (in calabrese pipita), quando è suonata da sola, specie nelle passate lente, ricorda la grandiosità dell’organo. Nella sua nobile rusticità, la menzetta è la zampogna delle occasioni importanti, delle processioni e delle novene; la sua sonata lenta accompagna la sposa all’altare, e porta la benedizione di casa in casa nelle nottate natalizie.

La menzetta di Mastro Peppe, il mio maestro amatissimo, sarà a mia disposizione per un po’. Si tratta solo di un prestito, ma non importa: tra le mie braccia potrò finalmente tenere un po’ di tradizioni, di storia antica della mia gente, e finalmente la mia casa sarà piena del pianto dolce della zampogna.

Perchè la zampogna urla disperata, prima di impastare l’aria a festa.